In un saggio celebre del 1993, Rino Caputo descriveva la differenza tra la critica dantesca americana e quella continentale (in particolare, italiana) nei termini di una divaricazione tra filologia ed ermeneutica [1]; la situazione sembra oggi piuttosto diversa, anche perché lo scambio intenso di studiosi e specialisti tra le due rive dell'Oceano che si è sviluppato nei primi 15 anni del Duemila ha influenzato la situazione: ottime indagini ecdotiche vengono realizzate da studiosi attivi negli USA, e una certa tendenza alla teoria critica sta (seppure più lentamente) penetrando negli studi di medievistica anche in Italia.
Dante e Iacopone appartengono a due generazioni poetiche diverse; i campi di studio specialistici che si focalizzano sui due poeti non possono essere paragonati, soprattutto per la quantità di letteratura critica prodotta intorno all'Alighieri e il suo ruolo negli studi di italianistica; allo stesso tempo, però, molte questioni "generali" - la grande e complessa tradizione manoscritta, con la conseguente difficoltà di stabilire un testo critico; la latitudine della cultura dei due poeti, che, nonostante scrivono in volgare, presentano una profonda conoscenza della tradizione latina europea; il loro comune statuto di intellettuali cristiani profondamente critici dell'istituzione ecclesiastica - sono sovrapponibili.
Non è dunque sorprendente constatare, nel caso degli studi iacoponici, una divaricazione nelle preferenze di approccio piuttosto simile a quella constata da Caputo negli anni '90. Con un elemento aggiuntivo, che è fotografato da questo ricco volume, che riunisce 14 saggi di studiosi provenienti dall'Europa (Francia, Italia, Romania, Regno Unito), America (Canada e USA) e Taiwan. L'intento è, secondo quanto esplicitato dai due curatori Alessandro Vettori (attivo negli USA) e Matteo Leonardi (attivo piuttosto in Italia) quello di offrire una lettura "polifonica", capace di svelare lo "Iacopone's mystery" (4), e cioè il significato nascosto di un testo - le Laude - spesso complesso, oscuro e particolarmente sfidante in termini di esegesi, puntuale e complessiva.
I risultati dei vari capitoli - organizzati in quattro sezioni, rispettivamente dedicati allo stile, alla traduzione-adattamento dei testi iacoponici, al linguaggio mistico e infine al rapporto con la cultura francescana - sono, di conseguenza, molto diversificati e però presentano un primato dell'interpretazione rispetto alla tradizione e al problema testuale, che viene approfondito sotto una specola molto particolare, e non di tipo filologico. Mi riferisco ai due saggi (il quinto e il sesto, che compongono per intero la seconda sezione), che propongono uno studio delle traduzioni delle Laude di Iacopone in Polacco (si tratta di traduzioni parziali, uscite negli anni '80 del Novecento) e in Rumeno. Il primo studio, a cura di Magdalena Maria Kubas, mostra in maniera interessante come queste traduzioni abbiano attinto anche alle traduzioni in altre aree linguistiche (soprattutto in inglese), dove era più avanzato il lavoro sulle oltranze mistiche del linguaggio iacoponico (in particolare grazie allo studio di Evelyn Underhill); il secondo studio è condotto dalla traduttrice in rumeno, e propone un approfondimento di tipo linguistico sui punti di intraducibilità (per esempio, laddove i problemi di genere dei sostantivi possono ingenerare confusione nella resa stilistica, ma anche sul mix linguistico originario del laudario): si tratta di indagini davvero importanti, che dovrebbero meritare un posto a sé stante negli studi iacoponici, ancora troppo scarso; risulta senz'altro da approfondire la traduzione francese recente di Maxime Castro (Paris: Les Belles Lettres, 2013), l'unica traduzione straniera integrale assieme a quella che accompagna la monografia di Underhill, seguita nel 1982 da quella realizzata da Elizabeth e Serge Hughes.
Un'altra pista di interpretazione complessiva riguarda il tema della autorship nella letteratura volgare, che è centrale nella critica letteraria anglosassone da molto tempo. [2] Affrontano questo tema Estelle Zunino e Nicolò Crisafi, studiosi di estrazione diversa (francese e americana) che hanno dedicato al problema riflessioni in forme di monografia che qui riprendono in due capitoli densi [3]; Zunino (80-113) cerca di cogliere il "progetto" letterario di Iacopone attraverso due questioni cruciali: il genere letterario delle Laude e la costruzione di un pubblico del laudario. I testi poetici di Iacopone risultano sfuggenti ad ogni definizione, probabilmente per volontà stessa del loro autore, che mostra continuamente un'attenzione particolare per la strumentazione retorica e stilistica. In questo modo, Iacopone riesce a costruire miracolosamente un equilibrio tra ricerca spirituale e ricerca letteraria; e la stessa situazione paradossale si ritrova anche nei due punti di tensione che informano l'attenzione ai lettori: da una parte, il poeta cerca e mostra un percorso di perfezionamento individuale, dall'altro questo stesso percorso viene usato pedagogicamente come esempio per il proprio pubblico. Nicolò Crisafi (40-60) analizza la costruzione dell'autorship iacoponica attraverso due movimenti peculiari della sua biografia "letteraria": il racconto della propria prigionia e persecuzione nonché la valorizzazione del momento della conversione. Un elemento complementare rispetto all'analisi di Zunino riguarda l'ipotesi, molto suggestiva, di Crisafi intorno all'influenza che la biografia esemplare costruita da Dante nelle sue opere potrebbe aver avuto sulle (tardive) agiografie iacoponiche; questo confronto permette a Crisafi di mostrare come l'autorialità di Iacopone resta irriducibile rispetto a quella di Dante in ragione dell'estremizzazione del proprio percorso di francescano radicale e perseguitato, che il modello dantesco ha contribuito, anzi, a normalizzare.
In questo modo, si comprende meglio perché i curatori parlino di "mistero nascosto" nelle opere di Iacopone: si tratta proprio di questo carattere instabile, continuamente precario, della sua scrittura e della sua autopresentazione, che si esprime in una forma linguistica unica e a suo modo fortemente isolata nel suo tempo. Nella terza sezione vengono riunite una ricca serie di analisi del linguaggio "mistico" del laudario, analizzato attraverso il lessico (Cuif, 147-183, riflette sul nesso tra i concetti di dulcedo e suavitas in relazione con l'ascetismo), oppure attraverso la costruzione prosodica (Hampton, 184-201); quest'indagine risulta complementare a quella di Franzé (61-79), che valorizza le conoscenze di ambito musicale del tudertino e la relazione con la tradizione zagialesca e quella laudistica "musicata", ma anche quella di Ardissino (11-39), che radica le laudi nella formalizzazione della preghiera mediolatina.
Iacopone non è un ripetitore della tradizione, ma innova in maniera forte: Reynolds (236-269) propone una ricca disamina delle celebri laudi mariane (tra cui Donna de Paradiso), mostrando come, rispetto alla tradizione dei Planctus, esse siano prive dei contenuti didattici che solitamente vengono messe in bocca a Gesù, preferendo l'espressione di un'empatia sofferente, continuamente esibita. Il discorso mistico si nutre delle fonti più sofisticate dell'epoca di Iacopone, come la scuola di San Vittore, veicolo della costruzione di una visione dell'amore di Dio che viene ampiamente riscritta in laudi come la 78 (Zacchetti, 270-313); oppure Bonaventura di Bagnoregio, punto di riferimento della scuola francescana che viene profondamente rielaborato nella visione del corpo e dei suoi sensi, tema centrale del laudario e della sua proposta di un percorso di trasformazione personale (Leonardi, 202-235).
Alvaro Cacciotti (317-344), Samia Tawwab (345-368) e Alessandro Vettori (369-387) propongono di inquadrare l'opera di Iacopone nella cultura francescana, ma anche in questo caso l'indagine ermeneutica sfugge a una visione contestuale e storicizzante, ma punta a una penetrazione nel laboratorio stilistico del poeta. Vettori in particolare, a partire da uno dei capolavori di Iacopone - la lauda 81, "O Signor, per cortesia, mandame la malsanìa" - fa emergere il carattere agonistico della scrittura del tudertino, che, nello sforzo di rappresentare la lotta con il corpo, individua la "ferita" come punto di osservazione e slancio per una costruzione di tipo solipsistico e monologico, che lo avvicina alla struttura della preghiera ma in maniera estrema, eccedente, esmesurata - per usare un tic lessicale del laudario.
Si tratta di un articolo che chiude e riassume la ricca analisi del libro.
Note:
[1] Rino Caputo: Per far segno. La critica dantesca americana da Singleton a oggi, Brindisi 1993.
[2] Basta qui citare uno dei capolavori in questo campo: Alastair Minnis: Magister Amoris. The Roman de la Rose and Vernacular Hermeneutics, Oxford 2001.
[3] Estelle Zunino: Conquêtes littéraires et quête spirituelle, Paris 2013; Nicolò Crisafi: Dante's Masterplot and Alternative Narratives in the 'Commedia', Oxford 2022.
Matteo Leonardi / Alessandro Vettori (eds.): Iacopone da Todi. The Power of Mysticism and the Originality of Franciscan Poetry (= The Medieval Franciscans; Vol. 23), Leiden / Boston: Brill 2023, XIV + 397 S., ISBN 978-90-04-51231-3, EUR 131,61
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