Lucien Reynhout: Les Colophons (= Typologie des sources du moyen âge occidental; 89), Turnhout: Brepols 2025, 253 S., 6 Farb-Abb., ISBN 978-2-503-52971-4, EUR 65,00
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Gli obiettivi della collana Typologie des sources du moyen âge occidental, giunta al suo ottantanovesimo fascicolo, sono stati definiti da Léopold Genicot nel 1972 in occasione della comparsa del primo volume, ovvero enunciare le regole critiche per ciascuna tipologia di documento preso in esame, e elencare gli ambiti che può illustrare al fine di consentirne l'utilizzazione corretta ed esaustiva. [1] Stabilire la natura della tipologia di fonte presa in esame, i limiti cronologici e geografici, e identificare le regole della critica ad essa applicabili sono gli aspetti imprescindibili di ciascun volume della serie.
Il termine «colophon» impiegato per designare la fonte oggetto del presente volume è estraneo alla storia del libro manoscritto ed è una acquisizione relativamente recente della manualistica. Nel lessico coevo alla produzione manoscritta l'atto di apporre il proprio nome ad una trascrizione è indicato con il verbo subscribere (in ima paginae margine tuum subscribis nomen [2]) e la nota che ne deriva subscriptio. L'origine diplomatica non deve sorprendere essendo i primi scriptores pratici del diritto, giusperiti e in seguito soprattutto notai. Nel Lexikon des gesamtem Buchwesens il termine adottato è «Schlußschrift» [3], mentre altri (anche in Italia) hanno impiegato «Unterschriften».
Il ricorso ad un termine estraneo al lessico medievale e umanistico per descrivere un elemento proprio della produzione libraria manoscritta ha sollevato problemi di definizione. Reynhout ricorda che quella di colophon di D. Muzerelle di fatto coincide con quella di «souscription» (35). Tra le perplessità vi è l'impiego della nozione di «formula», ovvero di un «modello d'espressione regolato da norme», che tuttavia appare adeguata per un numero limitato di colophon. La seconda perplessità segnalata da Reynhout riguarda l'espressione «finale» in quanto, a suo parere, «un certain nombre de colophons se situent au début du manuscript». L'esempio addotto tuttavia, Incepi scribere. Anno domini. millesimo cccc° in profesto..., risulta poco perspicuo in quanto non è esplicitato il contesto in cui ricorre. Un colophon posto al principio del manufatto, inoltre, pare contraddire il significato stesso del termine. Strabone, ad esempio, fa riferimento al proverbio «Vi aggiunse il Colofone, per significare che ad una cosa qualunque si è data stabile fine» (Geografia XIV, 1, 28), e ancora Sesto Pompeo Festo attraverso l'epitome di Paolo Diacono ha scritto: Colophon dixerunt, cum aliquid finitum significaretur (questa seconda fonte è ricordata a 32).
Dalla distinzione di Gérard Genette tra péritexte (l'insieme degli elementi testuali che accompagnano e completano un'opera all'interno del libro) ed épitexte (il materiale comunicativo relativo ad un'opera ma esterno al libro fisico) deriva la definizione proposta: «Le colophon proprement dit est un péritexte textuel lié à la création de l'exemplaire (transcription ou fabrication matérielle)» (39). Secondo Reynhout, inoltre, il colophon si oppone alla subscriptio in quanto quest'ultima non riguarda la fabbricazione materiale del manoscritto («il s'oppose à la subscriptio qui ne ressortit pas de la fabrication du manuscript») e - alla luce di ciò - sarebbe risultata utile anche una definizione esplicita di subscriptio al fine di delimitare l'ambito semantico dei due termini.
Nella classificazione proposta, la tipologia è stata estesa distinguendo tra colophon di autore, di traduttore, di miniatore, di rubricatore, di donatore, di possessore, di correttore, etc. (55-59). Dall'altro canto, tuttavia, l'affermazione secondo cui «le colophon est normalement de la main de copiste» (83) ribadisce un principio fondamentale: il colophon, in quanto atto scrittorio conclusivo, è normalmente redatto dal copista materiale del manoscritto. Ne consegue che l'estensione tipologica risulta in parte fittizia. Se nel colophon leggiamo la formula correctum et scriptum, ciò non implica che si tratti di un «colophon di correttore». Nel caso specifico (lo scriptor Bartolomeo de Bartoli) la menzione della correzione è dovuta al fatto che i copisti bolognesi si impegnavano a scrivere e correggere il proprio lavoro prima di consegnarlo al committente. La mancata correzione comportava gravi sanzioni.
Nel cap. II (Régles de critique) Reynhout distingue tra «colophon authentique» e «colophon autographe» quest'ultimo definito come «le péritexte écrit de la main même de l'auteur». Nella maggioranza dei manoscritti medievali il colophon è redatto dal copista, non dall'autore dell'opera. Dunque un colophon di mano del copista è normalmente autografo rispetto al copista stesso (cioè scritto di sua mano), ma non è autografo rispetto all'autore dell'opera. Poiché si parla di péritexte écrit de la main même de l'auteur, il termine sembra restringersi ai rari casi in cui l'autore trascrive egli stesso il proprio testo. È una categoria reale, ma estremamente limitata e spesso oggetto di discussioni come nel caso degli autografi di Jean Gerson ricordati dallo stesso Reynhout (173). Se per colophon authentique si intende un colophon genuino, redatto nel momento della copia e non derivato meccanicamente da un modello, allora esso è necessariamente di mano del copista che ha prodotto quel manoscritto; quindi, dal punto di vista materiale, è anche "autografo" (del copista). Viceversa, un colophon copiato dal modello può essere materialmente autografo (perché scritto dal copista), ma non autentico in senso storico, perché non riferibile all'atto di copia di quel manoscritto, bensì a un testimone precedente.
La questione dell'autografia/autenticità è rilevante perché, come scrive Reynhout, «les colophons jouent un rôle particulier dans l'identification et l'étude des 'mains'» (170). Più che 'particolare' direi 'fondamentale', soprattutto in ambito umanistico. Messer Piero di Benedetto Strozzi (1416-1492 ca.), prolifico copista fiorentino, ha sottoscritto cinque manoscritti e a partire da esse Albinia de la Mare è stata in grado di assegnare alla sua mano una settantina di codici. La percentuale dei codici sottoscritti è inferiore al 4%, tuttavia sufficiente per ricostruirne il profilo paleografico; molte altre mani, invece, non sono state ancora attribuite perché non è stata ancora trovata una sottoscrizione (o colophon) che certifici l'identità del copista.
Come ha sottolineato Reynhout (129) nessun repertorio generale di colophon dei manoscritti in scrittura latina è stato realizzato dopo la straordinaria impresa dei benedettini de Saint Benoît de Port-Valais - Le Bouveret mentre «nous assistons à des initiatives nationales plutôt qu'à une base de données générale des colophons de manuscrits occidentaux» (135). Questa frammentazione non aiuta la ricerca paleografica ed è auspicabile che sia presto superata.
Note:
[1] Léopold Genicot: La typologie des sources du Moyen Âge occidental, in: Annales. Économies, sociétés, civilisations 27 (1972), 1257-1266 (https://www.persee.fr/doc/ahess_0395-2649_1972_num_27_6_422543).
[2] Silvia Rizzo: Il lessico filologico degli umanisti, Roma 1984 (da Guarino, 38).
[3] Wolfgang Milde: 'Subscriptio', in: Lexikon des gesamten Buchwesens Online, hg. v. S. Corsten [u.a.], Leiden 2017 (https://doi.org/10.1163/9789004337862__COM_192262).
[4] Albinia C. de la Mare: New Research on Humanistic Scribes in Florence, in: Miniatura fiorentina del Rinascimento, 1440-1525. Un primo censimento a cura di A. Garzelli, Firenze 1985, 530-532.
Giovanna Murano