William J. Short / Daniele Solvi (a cura di): Francesco d'Assisi e gli autori francescani nella prima età moderna. Atti dell'Incontro di studio (Roma, 28-29 giugno 2024) (= Figure e temi francescani; 13), Spoleto: Fondazione Centro Italiano di Studi sull'alto Medioevo 2025, XII + 212 S., 16 Abb., ISBN 978-88-6809-465-2, EUR 30,00
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Albertino Mussato: De lite inter Naturam et Fortunam. Edizione critica, traduzione e commento a cura di Bianca Facchini, Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2021
Daniele Solvi (a cura di): Compilazione Toscana. Dal ms. 1 della Pontificia Università Antonianum, Spoleto: Fondazione Centro Italiano di Studi sull'alto Medioevo 2024
Daniele Solvi (a cura di): Compilazione Toscana. Dal ms. 1 della Pontificia Università Antonianum, Spoleto: Fondazione Centro Italiano di Studi sull'alto Medioevo 2024
Daniele Solvi: Lagiografia su Bernardino santo (1450-1460), Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2014
Marco Guida / Daniele Solvi (a cura di): Bonaventura autore spirituale, Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2024
Il volume costituisce uno strumento molto utile per lo studioso francescanista specialista di medioevo, perché si affianca alle due 'cassette' di accesso alla storia dell'erudizione moderna sulla figura di Francesco d'Assisi, e cioè il volume classico di Stanislao da Campagnola (Le origini francescane come problema storiografico del 1979) e quello più recente di Buffon (Sulle tracce di una storia omessa: storiografia moderna e contemporanea dell'Ordine francescano del 2011) a cui si unisce la ricerca, come al solito assai preziosa nonostante sia apparentemente specifica, di Fortunato Iozzelli (I frati minori in Toscana tra giansenismo e controrivoluzione, del 2025).
Il titolo sintetizza giustamente su due fuochi l'attenzione degli studiosi coinvolti; bisogna però avvertire che più di metà del volume è dedicato alla ricezione moderna di Francesco d'Assisi, mentre tre contributi si concentrano sugli scritti di Chiara (Patrizia Stoppacci), la biografia di Iacopone da Todi (Emore Paoli) e infine le opere di Bonaventura di Bagnoregio (Laura Vangone). La scelta in quest'ultima sezione dà, quindi, un'impressione di "aleatorietà", e non poteva essere altrimenti: i sujets sono molto diversi tra di loro; ma un filo comune è identificabile nel lavoro del frate irlandese Luke Wadding, fondatore del Collegio di Sant'Isidoro a Roma e infaticabile studioso di opere francescane e della storia del suo Ordine; per dirla in breve, il volume conferma, sui casi di studio di Francesco e del trittico di autori francescani appena citati, il ruolo radicalmente innovativo del frate grazie alla pubblicazione delle Annales (iniziati nel 1625), degli Opuscula di Francesco d'Assisi (pubblicati nel 1635) e infine l'imponente Scriptores (del 1650).
A Wadding è dedicato un saggio di tipo 'prosopografico' a cura di Matteo Binasco (Luke Wadding: la carriera di un erudito, 39-52), che mette a tema soprattutto le relazioni che il frate irlandese costruisce con la curia romana, relazioni che saranno indispensabili per le imprese realizzate dal frate proveniente da Waterford: difendere la causa dell'Ordine in Irlanda e la costruzione del collegio a Roma: emerge in particolare il rapporto con i cardinali Barberini, che va in crisi naturalmente al passaggio di pontificato con l'elezione di Innocenzo X, e ovviamente il patronato del Ludovisi, che contribuì fattivamente alla costruzione del collegio. Il networking però non è solo di natura politico-sociale: Binasco riesce a valorizzare il peculiare "peso" politico che il Wadding riuscì a ottenere grazie al suo prestigio intellettuale e accademico, in particolare con la direzione degli Annales (che durò fino al 1654) e alle tesi sostenute e difese a Sant'Isidoro.
Daniele Solvi propone un quadro di Luke Wadding editore di Francesco (75-96) che permette di precisare e misurare l'innovatività dell'opera del francescano, guardato soprattutto dalla specola della sua opera forse più originale, e cioè la raccolta di "opere" di Francesco (gli Opuscula): il carattere rivoluzionario dell'opera sta innanzitutto nella scelta di ritagliare uno spazio editoriale autonomo al Francesco "autore", ed è per questo che Solvi parla di "invenzione". La novità emerge in maniera piuttosto evidente alla luce del confronto con la tradizione francescana medievale, dall'isolamento della raccolta antologica del celebre Assisi 338, passando per Bartolomeo da Pisa che alla fine del Trecento propone un primo corpus autoriale che farà autorità fino all'edizione dell'irlandese. Ma Solvi individua un precedente rilevante dell'operazione di Wadding nella Bibliotheca sanctorum patrum di Margerin de la Bigne (1575), che inserisce Francesco nel volume degli scrittori "moralisti", facendolo uscire dallo stretto giro dell'Ordine e promuovendolo ad autore cristiano e campione ecclesiastico: Wadding, non a caso, citerà la Bibliotheca come unica edizione precedente alla sua; è di tutta evidenza che Francesco d'Assisi stava entrando nell'agone della controversistica anti-protestante di stampo erudito.
Anche al di fuori del caso-Francesco, Wadding si dimostra, come si è detto, un punto di svolta nella storiografia minoritica. Stoppacci studia gli scritti di Chiara (119-142), che hanno subito una scarsa fortuna già medievale; Wadding è attento editore della Forma vitae (confinata a testo eccezionale perché sostituito precocemente dalla regola urbanista del 1263); Stoppacci smonta l'ipotesi di Zefferino Lazzeri, che aveva pensato all'edizione come testimonianza di una stesura primitiva del testo, mentre esso è derivato dall'edizione vulgata a stampa (Salamanca, 1506), a sua volta basato su un codice cinquecentesco di Lisbona (BN, Illuminados 208), valorizzato da Horowski (Collectanea Franciscana, XCII, 2022, 78-79); gli Annales sono edizione princeps invece del Testamento di Chiara, forse sulla base di un contaminato; le altre opere clariane sono in parte note a Wadding, ma subiscono un oblio di natura praticamente censoria fin quasi dentro l'Ottocento, salvo per le celebri campagne di traduzione in area osservante umbra (con le iniziative di Monteluce) o tedesca.
Anche nel caso della biografia di Iacopone, studiata da Emore Paoli (171-191), il frate irlandese interviene nella tradizione agiografica del frate todino, che si era formata tardivamente tra Quattrocento e Cinquecento (con Mariano da Firenze). In questa tranche cronologica, l'agiografia aveva sviluppato il medaglione di Bartolomeo da Pisa, nel quale la santità di Iacopone andava di pari passo con la sua scrittura poetica, anzi si nutriva di essa; restava però il problema delle laudi anti-bonifaciane e più nettamente militanti, che emerge soprattutto con Mariano e che si sviluppa nelle edizioni moderne, fino a quella fondamentale di Francesco Tresatti: solo Wadding, che forse allarga la sua informazione a fonti tudertine, arriva a dare un'informazione non censurata del contrasto con Bonifacio, senza paura di dipingere il papa in maniera sconveniente.
L'operazione di Wadding, dunque, resta dimostrata a più livelli per la sua innovatività, ma sconta ovviamente almeno due contraddizioni di fondo. La prima è dovuta alla tradizione spiccatamente anti-intellettuale dei Minori; Wadding l'aveva risolta con la formula del "theodidactus", insistendo sulla intimità con Dio come carattere primario dell'ispirazione e della scrittura di Francesco. Giuseppe Buffon (La storiografia minoritica tra'500 e '700, 1-38) radica questa vera e propria trasformazione in un'elaborazione che si posiziona in maniera competitiva con il mondo gesuitico sul piano "mediale": lo stesso Wadding era destinato a entrare tra i Gesuiti, e si trovò dunque a concepire una trasformazione dell'identità tradizionale dei minori in direzione di quella che Buffon chiama "intellettualizzazione", e che si articola con varie radici storiche, in particolare quella martiriale. Il modello di Wadding, che aveva rinunciato all'apologetica con gli Annales, diventa vincente quando però supera i limiti della storiografia filo-spirituale di Marco da Lisbona e dei Cappuccini per allargarsi alla proiezione missionaria, che si afferma dopo l'operazione del frate irlandese con le proiezioni globali dell' Orbis seraphicus di De Gubernatis e poi ancora dentro il '700.
Ma la contraddizione tra anti-intellettualismo e intellettualizzazione resta concretamente visibile con la rappresentazione iconografica del santo: solo con l'edizione waddinghiana (prima edizione del 1623), infatti, egli viene rappresentato con la penna d'oca e viene dunque promosso "scrittore" e addirittura "dottore" della Chiesa. Luca Pezzuto, nel suo contributo, parla giustamente di Deviazione iconografica di Luke Wadding; ed è deviazione che rimane isolata e che viene studiata soprattutto nella sua qualità: l'edizione, infatti, risulta non solo realizzata da uno dei grandi umanisti di Anversa, ma anche nel quadro artistico risulta in contatto con Pieter Paul Rubens. Quella che era dunque una "eclettica rarità" (114), influenza altri prodotti editoriali, fino agli Scriptores editi a Roma nel 1650.
La seconda contraddizione riguarda i limiti di metodo di Wadding, che certo rappresenta un salto di scala rispetto all'erudizione francescana, ma che rimane imprigionato in una progettualità che supera la sua strumentazione critica. Nel caso della costruzione del canone delle opere di Bonaventura, studiate da Laura Vangone (143-170), di fronte a una storia editoriale che tende ad allargare il corpus, Wadding è l'unico che si pone davvero il problema della pseudo-epigrafia dilagante, discutendo l'attribuzione delle opere al maestro di Bagnoregio con strumenti di critica interna ed esterna; i risultati sono discutibili esattamente come lo erano stati per gli Opuscula di Francesco, obbligando poi gli editori moderni (i Quaracchi, nel caso di Bonaventura; Esser e Paolazzi, nel caso di Francesco) a una sorta di "omicidio del padre" per raggiungere i risultati critici allineati alla migliore filologia, ma restano cruciali.
Il ricco e originale capitolo di Michele Lodone (Ombre e luci. San Francesco nello specchio della Riforma, 53-73) percorre una pista parallela, quella cioè dell'immagine di Francesco che viene definita nel mondo protestante: è un contributo prezioso, che fornisce lo sfondo storico-europeo che dà ragione degli sforzi di Wadding non più nel contesto cattolico, ma in quello più ampiamente lacerato dell'Europa della Riforma. Lodone affronta prima l'elaborazione di questa immagine negativa, ma dotata di distinguo, da parte di Lutero, che non rinuncia a una certa ammirazione del santo di Assisi, ma che critica sia il tradimento della sua eredità da parte dei suoi seguaci sia l'errore, che è centrale nell'idea riformata, che la sequela di Cristo, trasformata in voto religioso, possa introdurre una differenza tra i cristiani; questa linea, che "salva" Francesco e critica i Minori, è travolta dalla polemica successiva dei protestanti, che culmina nell'Alcoranus franciscanorum di Erasmus Alber (1542), che travolse il fondatore nella condanna rivolta al mondo cattolico di blasfemia tramite una serie di citazione dal Liber conformitatum di Bartolomeo da Pisa. Questi duri giudizi arriveranno fino a Mattia Flacio Illirico, che nel Catalogus (1556) considererà Francesco un emissario dell'Anticristo e si sviluperanno, attraverso la lettura, fino al Dictionnaire illuministico di Pierre Bayle, che nella voce dedicata a Francesco nella seconda edizione del 1702, farà la tara di attacchi gratuiti (come quello dell'Alber che aveva considerato le stimmate come il risultato di una rissa con san Domenico, che avrebbe ferito l'avversario con uno spiedo) ma interpreterà la vicenda francescana come il segno di una superstizione e di un fervore dovuto a patologie psichiche. Giustamente Lodone sottolinea il paradosso per il quale la riscoperta di Francesco avviene, alla metà dell'Ottocento, proprio in ambito protestante, con Karl Hase e poi con Henry Tode: qui Francesco diventa un "nuovo Lutero"!
Antonio Montefusco